Le due forme verbali (oggi un po' in disuso) identificano un’azione ben precisa: quella di sogguardare insistentemente una persona con concupiscenza fino a determinare fastidio nella persona guardata; in particolare i giovanotti fittiavano un’avvenente ragazza insistentemente fino a che la ragazza o cedeva alle avances o non chiamava a propria difesa un fratello, un cugino un fidato amico che convinceva con le buone o le tristi il disturbatore esortato a fettiare altrove.
Ma il verbo veniva usato anche nei riguardi di cose desiderate, ma – per mancanza di soldi – mai conquistate si possono fettiare abiti, scarpe, cravatte, o anche un’intera vetrina, magari quella di Hermés.
E passiamo all’etimologia; tenendo presente che il napoletano conserva anche il vocabolo fettíglie con il significato di noie, molestie e consimili, sia per il sostantivo che per i due verbi in epigrafe si deve risalire al latino figere (colpire di lontano). giacché, specie per i due verbi, la molestia si traduce solo nell’insistente sogguardare di lontano, non seguito da altre piú prossime azioni.

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