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giovedì 8 gennaio 2026

‘O matarazzo

(¯`*•.¸Momenti di VITA¸.•*´¯)
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‘O matarazzo
(ovvero, aiere aggio cagnato ‘e viecchie matarazze)
Antefatto
Nei tempi antichi le persone dormivano sulla paglia come animali; solo i ricchi poteva permettersi dei giacigli più elaborati: in Egitto nelle tombe dei Faraoni sono stati trovati 7 letti, di cui uno pieghevole e alcuni di forma ricurva; a Pompei nei cubicula (camere da letto) delle case ricche e dei postriboli, esistevano strutture con testata su cui erano posti sottili o più consistenti sacchi imbottiti; nel XVII secolo si diffusero veri e propri letti: dei supporti a telaio di corda o cuoio di legno, sollevati da terra su cui si poggiava il sacco imbottito di paglia o di stoffe; ma il letto, per il suo costo, rimaneva un elemento distintivo delle classi sociali elevate. Il termine materasso (in napoletano matarazzo, dall'arabo maṭraḥ, مطرح ("matrah") e significa "gettarsi" e/o "posarsi su"). Come in tutte le regioni con forte intensità agricola, anche in Campania i primi materassi furono sacchi imbottiti di paglia (da cui il termine alternativo pagliericcio) e nelle aree montuose di crine, lana di pecora o altri materiali morbidi. I materassi di paglia erano fatti con le foglie esterne delle pannocchie, dette "sbreglie", lasciate essiccare per lungo tempo, e poi si inserivano all’interno di un grosso sacco. In questo modo il materasso risultava morbido e fresco anche d’estate. L’unico inconveniente di una simile soluzione stava nella necessità di dover riassettare il materasso ogni giorno: il peso delle persone tendeva infatti a comprimere il contenuto, rendendolo presto scomodo e solido. Le sbreglie andavano sostituite periodicamente in quanto, essendo materiale organico, potevano accogliere parassiti e altri insetti fastidiosi. I materassi di lana utilizzavano il pelo delle pecore e per fare un buon materasso occorreva tosare circa 25 animali; il prodotto finale era morbido e caldo e assicurava una buona traspirazione, ma anch'esso era soggetto alla colonizzazione di acari e necessitava di una manutenzione periodica -in genere annuale- di ricardatura e lavaggio. Di qui il ruolo importante di alcune figure artigiane: 'o matarazzaro, 'o battilana e 'o cardalana, che si occupavano “rimettere a posto” i materassi usurati, appiattiti e poco morbidi. Questi professionisti del materasso erano tanto importanti da creare vere e proprie Congregazioni, i cui rappresentanti erano rispettati e onorati.
L'operazione faceva parte delle grandi "pulizie primaverili o di Pasqua" (in ossequio ad una tradizione ebraica) e si svolgeva in apposite botteghe oppure direttamente nelle case: il materasso veniva svuotato della sua lana, che era poi lavata e fatta asciugare, infine cardata nuovamente. La cardatura (già praticata nell'Egitto dei Faraoni) deriva il suo nome dal cardo e serviva a districare la lana e a liberarla dalle impurità prima della filatura. Dal cardo presero il nome anche i cardacci che erano delle piccole assi di legno sulle quali venivano infilati dei chiodi, per usarle meglio nella cardatura. Terminata l'operazione, si ricostruiva il materasso, reintroducendo lana o crine nel sacco, poi facendo passare, a mo' di bordatura, da parte a parte, un lungo ago a cui era attaccato uno spago resistente e sottile.
Oggi la ricerca ha portato il concetto del materasso molto lontano e le macchine industriali hanno sostituito il lavoro artigianale, ma esiste ancora il toponimo “vico Sbreglie” (localizzabile alle spalle del Ponte della Maddalena) e ricorda i tempi poverissimi in cui per dormire si usava ciò che si aveva a portata di mano a buon mercato.
Appendice sui detti e sulle espressioni più tipiche
*"‘A lana, quanno nun se vatte, s’ammatarazza" (La lana quando non si batte diventa arruffata; in senso metaforico, "i figli ed i collaboratori vanno trattati, se occorre, con una certa durezza, onde evitare che prendano cattive abitudini";
*‘A faccia d’ ‘e matarazze", cioè le federe dei materassi;
*"E Ciurcillo 'o viecchio pazzo
s''è arrubbato 'e matarazze
e ll'America pe' dispietto
ce ha sceppato 'e pile 'a pietto".
(brano de "Tamurriata nera"; “Ciurcillo ‘o pazzo” é la figura della smorfia che rappresenta il numero 22, il pazzo; secondo alcuni si riferisce a Churcill, secondo altri a Mussolini)
*Vico Sbreglie prese questo nome nel 1902 perché conduceva in aperta campagna, nella zona delle “paludi“, dove si coltivava anche il granturco. Probabilmente, per questa ragione, fu costruito in loco un deposito e un punto vendita di sbreglie.



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