"Se dite che a Napoli ci sono dei bassi sull’attico vi prendono per il solito epigono di Luciano De Crescenzo. Se aggiungete che si tratta di ottanta famiglie (circa 250 persone) che vivono sul tetto del gigantesco Albergo dei Poveri, monumento borbonico in perenne restauro, vi iscrivono nel catalogo dei denigratori di Napoli. Se specificate che i più anziani stanno lì dal dopoguerra (quello vero di 65 anni fa) e che c’è chi c’è nato e c’è morto, vi chiedono una sceneggiatura per un altro sequel di «Benvenuti al Sud». E se concludete che non si tratta di diseredati, ma di napoletani in gran parte normalissimi, impiegati comunali, pensionati, custodi, guardie giurate, studenti, che pagano l’affitto, sebbene rubricato alla voce «tassa di occupazione di suolo pubblico», vi sbattono il giornale in faccia accusandovi di essere spacciatori di sensazionalismo a buon mercato.
Eppure è una storia che abbiamo raccontato spesso, senza che suscitasse scandalo eccessivo, perché a Napoli tutti sono abituati alla città invisibile. Soprattutto se il provvisorio, il precario, diventa stabile. Una superfetazione (come dicono gli architetti) di questo genere può passare inosservata solo quando ci si è perduto l’ultimo anticorpo della civiltà urbana. Questi bassi, dignitosissimi sebbene in perenne manutenzione per infiltrazioni d’acqua, sono stati realizzati con i fondi del piano Marshall, come «case di parcheggio». Lo racconta Pasquale Pezzella, un novantenne che è la memoria storica del villaggio sul tetto. Lui c’è da sempre. Lavorava ai Collegi Riuniti, cioè l’Albergo dei Poveri quando per tutti era solo il Serraglio e raccoglieva i bambini sperduti della città, una sorta di Isola che non c’è al centro di Napoli.L’accesso è da via Bernardo Tanucci 7, da un portoncino che immette in un atrio con una scala degna delle carceri di Piranesi (con l’epoca storica ci siamo). Non c’è ascensore, ma c’è una carrucola. Perché, spiegano, ci sono lavori continui, a spese degli inquilini che ora pagano alla Romeo (affitti tra i 100 e i 150 euro), ma prima hanno versato al Comune direttamente, poi ai Collegi Riuniti, quindi al Banco di Napoli. È cambiato solo il destinatario. Intanto nel vicolo sull’asteco ci si è arrangiati. E a girarci oggi si scopre la stessa vita della città di sotto, ma con più luce e sole (quando c’è e a volte è pure troppo) e senza motorini. Qui anche i passeggini restano parcheggiati sotto l’erto scalone, perché è già una fatica salire le borse della spesa.
Ci sono parabole a ogni appartamento che in media sono di una cinquantina di metri quadri, divisi con pareti di cartongesso («Ma guardate l’umidità» indica Pezzella «ce n’è in ogni stanza. E la notte cadono tanti di quei calcinacci che non si piglia sonno»). Panni stesi, ingressi ricavati dal vasto passetto a «u» e ornati di piante che provano a costruire il minimo di privacy. Ma quassù si conoscono tutti, perché sono tutti sulla stessa barca, che sembra un Titanic. «Sotto» spiega Maria Grazia Pellicano «ci sono stanzoni vuoti, mai messi a posto. Due piani, dove prima c’erano uffici del Comune». Il continuo restauro e l’eterno abbandono dell’imponente e labirintico edificio borbonico (quando fu costruito era il più grande d’Europa) non mettono a disagio gli inquilini del vicolo pensile. Trentuno anni fa, giusto nel novembre del 1980, con il terremoto, se la videro brutta. «Per sicurezza ci fecero sfollare» ricorda Pasqualina Liguori, all’Albergo è arrivata che aveva 10 anni, e ci ha passato quasi mezzo secolo. «Vennero di notte e caricarono la gente nei camion per portarli a Mondragone e a Licola. Un anno dopo ci riportarono qua». E con loro arrivò anche un gruppo di terremotati, che s’è accasato. Ma sono una minoranza. Di tanto in tanto fanno un censimento o una graduatoria. Case niente, però («Le danno agli altri, a quelli che le occupano senza possedere i titoli»). Nel 1994 contarono 45 famiglie aventi diritto. Poi si è arrivati a quota ottanta, con inquilini «che sono andati e venuti, entrati e usciti». Certo, un appartamento decente lo desidererebbero tutti, anche se nessuno ammetterebbe che sgomberare dal centro di Napoli creerebbe disagi ancora maggiori. Vuoi mettere un «attico-basso» a piazza Carlo III con una casa popolare a Terzigno o Cardito? E poi qui sopra, spiegano, c’è anche un fluido turn over di affitti e subaffitti. Chi trova di meglio lascia a un parente o a un amico. Si fa pagare giusto le spese che ci ha rifuso per mettere a posto il micro-attico, qualche migliaio di euro. Ma di regola si eredita. Il padre lo lascia ai figli. Perché fin quando tutto è provvisorio nessuno ti caccia, anche se ogni vent’anni si parla di recuperare l’Albergo. Sia come sia, fino a quando il restauro non arriverà all’ultimo piano di via Tanucci 7 di generazioni ne passeranno nei bassi sul tetto.

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