Timido uccello della clausura
tutto nel saio delle sbarre immerso
di una amarezza assorta ti fai cura
nella voliera confinato e perso.
Quando dall’orizzonte il dì ti sveglia
e senti il canto della capinera
s’alza il tuo grido affranto come doglia
di chi costretto in gabbia più non spera.
Non ti raggiunge la fragranza desta
della mattina che t’invita al canto
e la tua voce si fa triste e mesta
avvolta come in gorgheggio di pianto.
Cade il tuo volo nell’angusta cella
dove non trova spazio la pienezza
dove i raggi del sole son fiammella
un cero acceso sulla tua tristezza.
Timido uccello della clausura
che piangi in canto la tua povertà
è la tua voce che si fa misura
dell’alto prezzo della libertà.

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